MALA TEMPORA CURRUNT, SED…

Nascita-delluniverso

“Mala tempora currunt, sed peiora parantur”, diceva Cicerone. La crisi della società che attraversa il nostro tempo rende tale affermazione vera oggi più che mai.                 La società ha perso ogni legame con la sua origine comunitaria, e ha costruito delle istituzioni e dei meccanismi che la potessero portare avanti nonostante il suo progressivo svuotamento, affidando alla sola “routine” burocratica, istituzionale ed economica la propria sopravvivenza e la propria essenza, la quale di fatto è andata perduta, identificandosi alla fine con gli stessi meccanismi che avrebbero dovuto fungere da mezzi.

Al punto in cui siamo giunti, pare inevitabile la disgregazione dei corpi sociali, la cui esistenza è già adesso molto labile e conflittuale oltremodo. Probabilmente è così. Ma ciò non vuol dire che ci si debba adattare e servire anche noi la tendenza generale sacrificando la nostra umanità sull’altare del nichilismo e dell’individualismo.

La crisi di cui abbiamo finora parlato è un evento negativo, che può però porre le basi per qualcosa di positivo.

Se la società non ha più niente della comunità e le è impossibile riprendere dei valori condivisi, vorrà dire che quella società già non esiste più, ed è tenuta in vita artificialmente, “intubata” mediante gli strumenti di cui abbiamo detto. «Stacchiamo la spina!» dice qualcuno, «e subito!» aggiunge un altro. In effetti, perché prolungare l’agonia? In realtà, un motivo c’è: prima di lasciar morire il paziente, sarebbe bene pensare alla donazione degli organi cioè far sì che da quella morte possa giungere nuova vita. Dunque, andrà fatta una selezione delle singole parti, affinché si possa prendere le più atte a questo compito. Così dobbiamo fare oggi noi. Il vantaggio nel collasso della società è la possibilità di non preoccuparsi più di essa nel suo insieme e nel suo funzionamento, spostando invece la propria attenzione ai singoli, alla loro formazione e alla scoperta/ritrovamento di valori comuni, sulla base dei quali ri-costruire una comunità. La manna dal cielo (somigliante in realtà a una pappa già masticata) della società è finita; l’uomo, e OGNI uomo, è nuovamente chiamato a riconoscere Polemos, a confrontarsi col mondo per farsi presente a se stesso, per riscoprirsi, hegelianamente, universale e particolare al tempo stesso, cioè non un individuo, bensì un singolo. E questo processo passa necessariamente dalla comunità, dall’emergere di una Visione del Mondo, che è piuttosto un ri-emergere, a partire da coloro che riescono ancora a scorgere il legame con l’Origine sempre presente, per quanto ben nascosta, nella nostra lingua, nella nostra cultura, nella nostra storia e, insomma, nel nostro stare al mondo. La comunità e il singolo sono un’unica realtà vivente, separabile solo idealmente e i cui termini, anche una volta scissi nella “finzione” analitica, si richiamano vicendevolmente in una struttura circolare. Alla base della comunità non sta la visione di uno o pochi individui, ma una Visione del Mondo che si articola nei membri della comunità stessa, che in un certo senso ne è custode persino nella sua inconsapevolezza, nel suo sonno. E coloro i quali sfuggono a questo torpore si ritrovano, e possono/devono a loro volta portare altri allo stato di veglia, aiutarli a uscire dalla caverna.

Il nostro privilegio è quello di poter vedere chiaramente la natura circense dell’attuale “politica”, riconoscere che in essa ogni conflitto è pura apparenza da dare in pasto al gregge mentre questo viene divorato dal Leviatano. Il mondo odierno agisce non all’insegna di Polemos, ma di Polemica, che ne è la figlia illegittima. Ella non assomiglia affatto al padre, e anche laddove sembrasse a lui simile, lo sarebbe solo come la caricatura rispetto all’originale. Nella sua essenza è l’esatto contrario: non è opposizione, è assoluta immobilità; non è confronto, è isolamento. Non conosce modestia, né umiltà, poiché non riconosce confini e limiti. Non è rispetto, bensì dispetto. Come potrebbe dunque attribuire dignità a ciò che non è lei stessa, se rinnega la sua stessa origine? Così come ella non somiglia al padre, lo stesso accade agli uomini che ne seguono i nefasti consigli.

Polemica è la divinità che presiede all’età del ferro. Di tale età, infatti, così parla Esiodo: «e Zeus distruggerà anche questa stirpe di caduchi umani, quando ai nati biancheggeranno le tempie. Il padre non sarà simile ai figli, né a lui i figli; né l’ospite all’ospite o il compagno al compagno, né il fratello sarà caro così come prima lo era. Non verranno onorati i genitori appena invecchiati, che saranno, al contrario, rimproverati con dure parole.

Sciagurati! Ché degli dèi non hanno timore. Questa stirpe non vorrà ricambiare gli alimenti ai vecchi genitori; il diritto per loro sarà nella forza ed essi si distruggeranno a vicenda le città. Non onoreranno più il giusto, l’uomo leale e neppure il buono, ma daranno maggiore onore all’apportatore di male e al violento; il malvagio, con perfidi detti, danneggerà l’uomo migliore e v’aggiungerà il giuramento. La gelosia, malvagia, malédica [avvezza a parlar male del prossimo] e dallo sguardo sinistro s’accompagnerà con tutti i miseri umani»1. Ma neanche l’età del ferro dura per sempre, e anzi è da questa che sorge la nuova Età dell’Oro.

Lavoriamo, dunque, non solo per sopravvivere ai “tempora peiora”, ma anche affinché si possa dire “sed meliora paramus”.

Marco Schiavo

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1 Esiodo, Le opere e i giorni, vv. 180-196, BUR

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