Marte Padre e Figlio

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La leggenda antica romana vuole che padre Marte abbia reso gravida la vergine Rea Silvia, la quale dando alla luce i due gemelli si sia manifestato nella realtà umana nei suoi due poli distinti.

Il dio Marte si è fatto carne nelle due polarità opposte, cacodemoniche in Remo ed agatodemoniche in Romolo.

In particolare, mentre in Remo il demone marziale si manifesta in una dimensione distruttiva: la criticità e l’aggressività; in Romolo il demone marziale si manifesta: edificatore e riflessivo.

Questo bipolarismo si rappresenta bene in quella parte del racconto dove mentre Romolo costruisce la città sacra Remo si manifesti per ostacolarlo, per scavalcare le mure, dunque come forza aggressiva.

Possiamo dire che Marte, dunque, solo nell’aspetto più basso è distruttore e violento, mentre purificato nella sua più alta dimensione è un principio edificatore di comunità.

Dalle interpretazioni più antiche Marte ne esce indubbiamente come un dio dell’energia vitale; alimentando il suo cacodemone assume l’aspetto infero del bieco predominio materiale tramite la violenza sulla comunità.

La superiorità del mito romano s’afferma proprio nel fatto che quest’aspetto venga distrutto dalle virtù agatodemoniche di Romolo, il quale come Marte ascetico, EDIFICA la comunità sacra, quale sarà Roma. Plutarco inoltre ricorda che una delle qualità romulee sia proprio la Fortezza, qualità propria dell’agatodemone marziale, la quale caratterizzerà proprio la filosofia romana con il concetto stoico di resilienza.

Non è un segreto che Marte abbia numerosi epiteti difensivi: Marti Conservatori e Marti Propugnatori. Ed uno dei suoi ruoli sia proprio quello di difensore delle mura.

L’idea di un Marte sanguinario nel mondo antico romano, bramoso di sangue, è parecchio limitata, e per quanto la violenza sia un prodotto dei suoi demoni più terreni rimane profondamente staccata dalla natura qualitativa che noi celebriamo in nostro padre Marte: ascetica e comunitaria.

Così Romolo, figlio di dio, ha sacrificato l’elemento marziale negativo al fine di costruire Roma e dare alla luce un popolo unito nel segno del sacrificio per l’Idea.

Possiamo ben dire che alla fine del suo mandato da Re, Romolo ascese al cielo per riunirsi al padre.

La luce del sole si sarebbe offuscata, sarebbe calata una notte che non era placida né serena, ma agitata da terribili tuoni e scossa da ogni parte da raffiche di vento e da pioggia scrosciante. Allora la folla, che era accorsa numerosa, si sarebbe dispersa, mentre i potenti si radunarono l’uno accanto all’altro; quando la bufera cessò e tornò la luce, il popolo convenne nel luogo di prima alla ricerca del re, pieno di rimpianto; ma i potenti non permisero che si affannassero a cercarlo; invece invitarono tutti a onorare e venerare Romolo poiché era stato innalzato tra gli dèi: da buon re sarebbe divenuto per loro un dio propizio.

Vita di Romolo, Plutarco

 

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